Giornali in prima linea e cronisti sotto scorta
19 aprile 2018
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Al festival del Giornalismo di Perugia abbiamo assistito a questo incontro. I relatori previsti erano: Federica Angeli, La Repubblica; Silvio Aparo, voxpublica.it; Paolo Borrometi, pres. Articolo 21 (non intervenuto); Nello Trocchia, Nemo Rai 2

Apre i lavori del panel Silvio Aparo che dà notizia del forfait di Paolo Borrometi che non se la è sentita di intervenire dopo le minacce ricevute dalla mafia.

Aparo, sostanzialmente, ribadisce che giornalismo e giornalisti non devono essere soggetti a nessuno, essere sostanzialmente autonomi. Per questa ragione, dopo varie esperienze in varie redazioni e la direzione del corrierequotidiano.it ha fondato la sua testata. Poi, fa un’affermazione audace: “non è un problema di modello di giornalismo ma di modello di lettori“. Una visione che si presta a varie interpretazioni, naturalmente.

Dopo interviene Nello Trocchia che, pluripremiato in vari concorsi giornalistici, è stato anche oggetto di un’aggressione nel foggiano. Trocchia riflette sul fatto che se esistono i giornalisti “in prima linea” significa che ve ne sono tanti altri che stanno dietro, nelle seconde e terze linee. Un problema che rende la solitudine un fattore di esposizione alle intimidazioni. Proprio a questo proposito, fa l’esempio dei giornalisti precari locali che sono costretti a esporsi attraverso i loro articoli (facendo i nomi) e subendo, poi, le intimidazioni quotidiane. Il problema del precariato giornalistico, avverte, rende più fragile la democrazia di una nazione. Infine, Trocchia affronta il problema delle “liti temerarie”, ovvero le azioni legali che alcuni fanno contro i giornalisti, costringendoli al pagamento di spese legali che, se non coperti dalla tutela legale della testata, non sono in grado di sostenere: cause legali che vengono fatte con l’intento di bloccare l’azione del giornalisti. A tale proposito il giornalista di Nemo suggerisce l’introduzione, da parte del legislatore, di una cauzione nel caso di una querela per diffamazione, così da consentire al giornalista di continuare a lavorare.

Giunge il momento di Federica Angeli che, ancora oggi, è costretta a girare con la scorta per le minacce del clan Spada di Ostia. La Angeli comincia affermando che il vero giornalismo è sul campo, lontano dalle redazioni. Nel caso delle inchieste sulla malavita e sulla mafia, la giornalista romana offre la sua motivazione professionale, quella che l’ha portata a fare le inchieste in questione: “io decido di raccontare perché non voglio essere come loro“. Applausi a scena aperta. Poi racconta un pezzo della sua vita privata che fa riflettere. La notte in cui tutto cominciò (lei fu testimone di un agguato dalla finestra della sua casa) il marito le disse di fermarsi ma lei si rifiutò. Una scelta che implica un livello di responsabilità nei confronti del marito e dei figli molto alto. Ma la Angeli racconta anche un altro aspetto della sua vita familiare, ovvero che, con i figli, ha adottato la stessa tattica suggerita nel film “La vita è bella di Benigni”: trasformare tutto in un gioco. Un comportamento, evidenziato in questi due episodi, che compie una decisione valida per tutti. Sarebbe stato interessante sapere cosa sarebbe successo se il marito si fosse rifiutato di seguirla ed avallare questa presa di posizione. Aveva possibilità di rifiutarsi?

Federica Angeli chiude l’intervento con una domanda retorica: valeva la pena di affrontare tutto questo periglioso cammino? La sua risposta è affermativa perché i risultati, a suo parere, sono le sentenze e la galera per tutte le persone oggetto delle sue inchieste.

A chiusura dell’incontro, Silvio Aparo chiede al pubblico se ci sono domande. Silenzio assoluto, nonostante gli applausi convinti che più volte erano partiti (a parte una scontata domanda di un aspirante giornalista). Cerco una possibile spiegazione e, forse, non ci sono domande perché normalmente non facciamo domande quando andiamo al cinema. È stato come se il pubblico avesse assistito ad uno spettacolo (le narrazioni in teatro sono uno spettacolo), per cui non c’era necessità di riflessione partecipata.

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