BUON GIORNALISMO? (FORSE) TUTTA QUESTIONE DI DOMANDE
28 novembre 2016
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di David Berti

In un’intervista per il Premio d’Informazione mi era stato chiesto “Quanta distanza c’è tra il mondo mediatico e la realtà che vivi?”. (https://www.youtube.com/watch?v=Ow2gO6nQOIg) Oggi, dopo la ricca e positiva esperienza maturata a fianco di molte persone competenti nel viaggio del Premio, invece sono io a chiedere: fino a che punto è giusto spingersi, per il giornalista, nella costruzione di realtà fittizie-narrative? Esiste un limite oltre cui un punto di vista possa perdere la sua oggettività e diventare fazioso? E, in ultima analisi, con quali possibilità e probabilità la quantità d’informazione prodotta oggi in merito a qualsiasi accadimento “sensibile” (ad esempio la notizia di un attacco terroristico) può agire da copertura per questioni molto delicate e che non devono essere sollevate troppo esplicitamente dalla stampa?

Ogni realtà mediatica si fa portatrice di una diversa lente attraverso cui si osserva il mondo. Questa lente la definiamo comunemente con il termine “frame”, (trad. cornice): è questa la cornice secondo cui i giornalisti interpretano le notizie e della cui “vera” cornice spesso non si rendono neanche conto poiché concentrati su piccoli dettagli di un evento, magari giudicati più notiziabili e di più forte impatto sul pubblico. Un comportamento, forse,  proposta e definita anche dalla posizione politica di una testata. Nella cronaca giornalistica, c’è da chiedersi se questo frame possa essere manipolato e se questa eventuale manipolazione è volontaria o involontaria. Ma perché disturbarsi tanto?

A man in a chair reading a newspaper, vector
A man in a chair reading a newspaper, vector

Perché adattare un’informazione alle esigenze del frame, così da alimentarlo per generare più visite o impressionare maggiormente un’audience, significa  scoraggiare la riflessione del fruitore sull’informazione in favore di un reagire impulsivo ed emotivo fine a sé stesso. Questo amplifica soltanto la natura del contesto in cui questa informazione è inserita (pensiamo, per fare un esempio, all’allarmismo che si crea intorno a fatti inizialmente imputati a cause di terrorismo); si finisce solo per catalizzare tante reazioni (spesso negative), senza puntare a fini più elevati come informare e informare in modo non vizioso. Da giornalisti, si perde lucidità e onestà intellettuale in favore della notiziabilità di un fatto; da lettori, si viene “strattonati”, senza la possibilità di raggiungere soluzioni ad un determinato problema. Di questi effetti collaterali dell’informazione abbiamo anche parlato in un articolo inerente la notiziabilità della cronaca nera (http://www.premioarticolo11.it/effetti-collaterali-della-cronaca-nera-ijf-2016/).

Per informare in modo quanto più oggettivo e disinteressato possibile, se da un lato l’importanza di riscuotere attenzione è molto allettante, dall’altro non dovrebbe trarre in inganno il giudizio del giornalista, che dovrebbe cercare di mantenersi quanto più intellettualmente onesto nei confronti della realtà che sta descrivendo.

Proprio in virtù dell’esperienza maturata nel Comitato Organizzatore del Premio d’Informazione Articolo 11, sono giunto alla conclusione che, prima di riflettere sulla qualità dell’informazione, come persone comuni potremmo cercare di riflettere sulla sua quantità. Molti, ad esempio, si chiedono: nell’informarsi è preferibile eccedere o limitarsi? È preferibile conoscere quanti più retroscena possibile o accontentarsi di una narrazione veloce o superficiale? Come lettori e fruitori di un’informazione sempre più presente nella nostra vita quotidiana, giungere a risposte significative diventa possibile se ci poniamo domande. Solo tramite un po’ di sani dubbi che potremmo essere in grado di poter intravedere un modo nuovo di fare e consumare informazione, raggiungendo questo scopo.

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