A COSA SERVE UN FESTIVAL DEL GIORNALISMO?
2 maggio 2016
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di Stefano Paolillo (psicologo e presidente del Premio d’Informazione “Articolo 11”)

 

Una manifestazione del genere ha vari ipotetici beneficiari. Innanzitutto gli organizzatori. Da un lato quelli diretti che hanno ideato e realizzato l’evento; come anche quelli che vi hanno lavorato retribuiti. Dall’altro quelli indiretti, ovvero quelli che hanno contribuito, sponsorizzato o patrocinato, che ne traggono benefici di immagine.. In secondo luogo c’è la categoria oggetto dell’evento, cioè i giornalisti. Appartenere alla categoria/classe del “giornalista” diventa implicitamente un valore se arriva a diventare oggetto di una tale manifestazione; poi, in un livello superiore, essere un giornalista anche relatore diventa un ulteriore elemento di prestigio. Infine, ci sarebbero gli “utenti dell’informazione“. Si sarebbe portati a identificare con questa qualifica i cittadini, ma bisogna anche considerare che i media informativi sono molto impegnati in una “comunicazione trasversale”, ossia verso altri giornalisti e verso il mondo politico, economico e istituzionale. Nel primo caso  – per i cittadini comuni –   un festival del giornalismo non genera un interesse particolare perché si tratta di un evento interno alla categoria: da giornalisti verso altri giornalisti. Ben diverso sarebbe se fosse interdetto ai giornalisti, lasciando tutte le altre figure sociali a discutere sulle funzioni, sull’efficacia e sulle aspettative verso il ruolo del giornalista. Ben diverso il discorso per la comunicazione trasversale che in un festival del giornalismo può trovare un terreno di interazione e dialettica tra correnti di pensiero, linee editoriali o fazioni concorrenti.

Tenendo conto di quanto sopra, possiamo cercare una verifica dell’utilità di un festival del giornalismo se riferite a due questioni fondamentali: 1) cosa implica nella vita dei cittadini; 2) che effetti ha nell’offerta di informazione. In considerazione del fatto che un festival del giornalismo assolve probabilmnete all’implicita autocelebrazione di una categoria professionale con compiti “sociali”, la prima questione non sembra palesare vantaggi per i cittadini. L’autoconforto del mondo del giornalismo non migliora di per sé la qualità dell’informazione, se non nella gratificazione di alcuni partecipanti, soprattutto se relatori in qualche incontro. La seconda questione è meno verificabile perché di difficile riscontro e misurazione. E’ ipotizzabile che le dinamiche di concorrenza/gratificazione inerenti un festival del genere possano essere elemento di “motivazione”, tanto umana, quanto professionale.

In conclusione, possiamo pensare che un festival del giornalismo organizzato e gestito da giornalisti sia poco utile agli utenti dell’informazione. Sarebbe preferibile un festival organizzato da altri punti di vista che veda i giornalisti oggetti e non soggetti della manifestazione: partecipanti ma non gestori. Una bella sfida, con buona pace del narcisismo.

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