COIVOLGIMENTO DEL PUBBLICO SOCIAL
24 aprile 2016
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Abbiamo seguito il panel del Festival del Giornalismo dal titolo: “Curare gli spazi social per coinvolgere i lettori”. I relatori scelti, moderati da Francesca Cherubini (consulente media) sono stati Greg Barber (The Washington Post), Nicholas Diakopoulos (Università Maryland, USA), Mary Hamilton (The Guardian) e Mathew Ingram (Fortune Magazine).

E’ stato un panel (in inglese) molto animato e frizzante, con i relatori che non hanno mai lasciato una pausa agli ascoltatori ed ha fornito un quadro del fenomeno molto interessante. Si è partiti dalla necessità di trovare, quando si costruisce una community social, di definire cosa costituisce una comunità e come sia possibile mantenerla, come esordisce Francesca Cherubini. Barber nota come, quando in una community un giornalista si palesa, cioè avvisa i partecipanti di essere un giornalista, gli scambi si potenziano e salgono di livello. Mary Hamilton avverte che non necessariamente sia necessario creare delle comunità ma è importante intercettarle dove sono, con un approccio molto elastico adattandosi alle comunità stesse. Da non sottovalutare il problema delle “moderazione“, ovvero le regole di limitazione e censura degli interventi in community, perché le persone sono molto sensibili a questi interventi. Diakopoulos suggerisce, su questo ultimo aspetto, di poter conferire dei riconoscimenti – dei badge – ai commentatori virtuosi per gratificarli e sostenerli nella loro partecipazione. Da non sottovalutare, infine, che esistono degli algoritmi usati per la moderazione che, inviando degli avvisi agli amministratori, aiutano a contenere gli atteggiamenti distruttivi veicolati da un linguaggio esagerato. In tutti i modi, il docente della Maryland Univesity ammette che il controllo su questi comportamenti non può essere affidato solo a degli automatismi.

Mathew Ingram pone l’accento sul comportamento. Il modo in cui il giornalista affronta e gestisce una comunità ne determina il valore della stessa, modulando la gratificazione e la partecipazione dei membri della comunità. Ancora Barber avverte che molte news organization fanno molta fatica a capire che community in cui stanno e suggerisce di darsi degli obiettivi prima di provare a creare una comunità, ovvero avere ben chiaro il perché si prova a crearne una. Ancora Ingram ammette che una comunità su uno dei tanti vettori social, in realtà, si autodetermina e si può anche stare ad osservare, a leggere, ciò che viene dibattuto, carpendone il senso e i temi, senza dover avere necessariamente un ruolo attivo.

Il succedersi degli interventi continua a rimanere incalzante e Diakopoulos nota come uno dei fenomeni caratteristici delle comunità è che esse ne gemmano spontaneamente di nuove e Barber aggiunge che il mondo delle community è molto variegato e volatile, ma con una differenza che è facile notare: esiste un pubblico che si attiene al “topic” e un altro che tende frequentemente al commento “off topic”. Ancora, Greg Barber ammette che si ha la tendenza a considerare importanti i gruppi molto numerosi.

Mary Hamilton fa una piccola e apparentemente banale considerazione, cioè che ci sono moltissime persone che leggono ciò che viene pubblicato senza contribuire con un commento diventando una maggioranza silenziosa. Comunque, Barber ritiene che andrebbe sempre data la possibilità di commentare sotto una notizia anche se la Hamilton ribatte che – legalmente – non è possibile aprire discussioni su tutti gli argomenti.

Un’ultima notazione viene fatta da Mathew Ingram che sottolinea come le community permettono in molti casi di rintracciare delle persone che conoscono i fatti in discussione, quindi possono diventare un’importante ausilio nei lavori di ricerca dei fatti.

Dopo questa serrata sequenza di considerazione abbiamo la sensazione di un comparto del mondo dell’informazione estremamente intenso, in continua trasformazione ed estremamente volitivo, in cui le persone che  compongono le varie community sono la materia prima in quel flusso gratificante di commento ai fatti e alle questioni: in esso il giornalista professionista funge più da catalizzatore interessato. Però, viene da chiedersi come possa trarre vantaggio una testata da questo caotico e ronzante chiacchiericcio dei commenti. E’ facile ipotizzare che a tutto sottenda il “click”, ovvero che tutte queste comunità che vengono create e sostenute dai giornalisti servano solo a creare “traffico” – quindi introiti pubblicitari – più che a generare un’opinione pubblica viva e attenta.

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