I MEDIA E IL SUICIDIO
9 giugno 2016
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di Stefano Paolillo

 

Come accade da qualche settimana, siamo andati a curiosare tra i panel del Festival del Giornalismo del 2016. Per chi è utente dell’informazione è utile capire come si formano le notizie nella mente dei giornalisti che producono la grande massa delle informazioni di cui non abbiamo esperienza diretta.

Abbiamo scelto un panel dal titolo importante come “I media e il suicidio” e lo abbiamo seguito attraverso il video pubblicato dall’organizzazione del festival. Unici due relatori: Carlo Bartoli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Toscana, nonché docente di “Comunicazione giornalistica e giornalismo digitale” all’Università di Pisa; Mario Tedeschini Lalli che è viceresponsabile dell’innovazione e sviluppo del Gruppo Editoriale L’Espresso e docente di “Giornalismo digitale” all’Istituto per la Formazione del Giornalismo di Urbino.

La prima cosa che salta evidente agli occhi è che non ci sono altre figure professionali a dibattere sul problema (magari uno psicologo), evidenziando come non venga considerato interessante un feedback sul fenomeno da parte di chi giornalista non è, ma competente di comportamenti umani. Quindi una sorta di incompletezza di default. Ma nel prosieguo delle relazioni si notano altre discrepanze.

Comincia Bartoli che afferma di aver affrontato questo tema per l’occasione facendo una ricerca su Google e che il suo intervento cercherà di arrivare al punto finale di non sapere se esiste una terza via tra autocensura e cinismo. Il primo atteggiamento ha tratti pedagogici, mentre il secondo si misura solo in riferimento al guadagno personale. E comincia a mostrare i suoi esempi.

Il primo articolo mostrato viene definito sciatto nella sua ordinarietà ma viene notata la fotogallery che ha lo scopo di attirare e totalizzare tempo di permanenza sulla pagina (cinismo) e si chiede: è giusto mettere la fotogallery su un suicidio? Il secondo caso è un presunto suicidio. Si sarebbe gettato dalla finestra quando i vigili bussavano alla sua porta per consegnargli un mandato di comparizione per un incidente probatorio per un caso di molestie su minori. Domande: a) è giusto mettere la foto dell’abitazione? b) è giusto pubblicare il suo nome? c) raccontare la storia dando per scontato il nesso di causa-effetto tra il mandato e il suicidio? d) romanzare la sua morte?

Continua l’esposizione delle brutture  – secondo Carlo Bartoli –  legate alla pubblicazione delle notizie di suicidi. C’è il caso dell’agente penitenziario di cui vengono dati i riferimenti di moglie e figlie, oppure il caso di un uomo che agita una pistola minacciando di spararsi e poi risulta essere un’arma giocattolo. In questo caso il relatore si lancia in considerazioni etico-sociologiche domandandosi se nell’articolo si dovesse trattare la notizia sottolineandoil suicidio inscenato o trattarlo come un dramma sociale dai risvolti psichiatrici. Una sensibilità che viene contraddetta da un caso successivo in cui un uomo si stende a terra, con un’arma in mano, dando in escandescenze (la persona viene portata in ospedale e poi rimessa in libertà). In questo caso, però, Bartoli parla dell’articolo “da contorcersi dalle risate”  [testuale] perché la pistola che il tizio aveva risulterà arrugginita e non in grado di spararevlcsnap-2016-05-31-21h09m18s209. Inoltre, nella premessa, Bartoli definisce il tizio “non tanto sano” e “estrae questa specie di pistola” e, per chiudere, dice:”non è un tentativo particolarmente serio di suicidio”.  Ma dov’è finita tutta la sensibilità psico-sociologica espressa sul caso precedente? Ma non finisce qui.

Sull’ultimo esempio Bartoli parla del caso di un suicidio che, secondo le affermazioni dei Carabinieri intervenuti sul posto, sembra sia dovuto a una “crisi depressiva”. In questo caso il commento è che “un appuntato dei Carabinieri è in grado si sapere per quale motivo una persona si è tolta la vita?”. La domanda è lecita però, se si vuole essere coerenti, bisogna anche chiedersi se un giornalista possa fare valutazioni di competenza su casi come quello della pistola arrugginita definito “non tanto sano”. Un’altra contraddizione macroscopica che lascia perplessi su tutta la teoria etica che sorregge l’intervento.

L’intervento del secondo relatore, Mario Tedeschini Lalli, è su quanto consiglia un’organizzazione di giornalisti nel caso di un suicidio e afferma a chiare lettere che “in un mondo in cui tutti possono fare informazione, ciò che distingue l’azione del giornalista è la deontologia e l’etica che ci sta dietro”. Si domanda anche quando sia giusto riferire di un suicidio e, nel caso si decida di farlo, come farlo. Nel primo caso, sicuramente quando si tratta di personalità pubbliche e poi quando l’atto ha conseguenze in cronaca (per esempio, si blocca la metropolitana con disagi diffusi nella collettività). Ma – si domanda pure –  quando lo fa un ragazzo a scuola, va riferito?

Tutti questi interrogativi, sottolinea Tedeschini Lalli, è meglio porseli prima di averne realmente bisogno per un pezzo. Si chiude il suo intervento con le parole di Ezio Mauro: “l’informazione è un diritto, non un diritto cieco. Deve sempre valere il principio di responsabilità da parte del giornalista. Anche la coscienza ha un limite che non viene determinato dalla legge ma dalla coscienza di chi scrive”.

Appaiono, alla luce di quanto ascoltato, evidenti le contraddizioni emerse dall’incontro. C’è un po’ di confusione su “chi debba fare cosa”. C’è il rischio di precipitare in una tuttologia pervasiva. I giornalisti (e perfino chi insegna giornalismo) sono mossi da buoni propositi ma l’impressione è che si riferiscano sempre a dei “giornalisti teorici“, non a chi è realmente nelle redazioni. Da più parti si denuncia la rincorsa alle emozioni del pubblico che si tramuta in audience televisiva, in click sui siti web e minuti trascorsi sulle pagine e sui blog. Il cinismo, tanto deplorato pubblicamente, viene istigato nelle redazioni e – purtroppo – diventa a volte anche motivo di vanto. Per cui appare almeno ingenuo cercare di mostrarsi come i paladini dell’etica e cito l’ultimo caso del titolo di Libero, giusto per fare un esempio: una serie di sciagure e “per gradire, nella capitale arrostiscono una ragazza di 22 anni”.

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