LA CRISI DEL GIORNALISMO (E DELLA POLITICA)
12 giugno 2016
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di Giulia Scatà

 

Protagonisti del dibattito sulla crisi del giornalismo dell’ International Journalism Festival 2016 sono stati Arianna Ciccone (co-fondatrice e direttrice del festival), Marco Damilano (Vicedirettore dell’Espresso)  ed Enrico Mentana direttore del TGLa7. Abbiamo provato a fare la sintesi di un lungo dibattito.

Si è partiti in un’analisi ad ampio raggio da dati di fatto, in particolare, dal calo inarrestabile ed evidente della crisigiornalismo2vendita dei giornali con conseguente chiusura delle edicole e dai dati relativi all’alto tasso di astensionismo degli italiani quando devono votare il governo. Per non parlare del fatto che una ricerca riguardate le figure di cui le persone si fidano di più, ai primi posti ci sono scienziati e parrucchieri e agli ultimi giornalisti e politici.

Il giornalismo, soprattutto negli ultimi anni, è stato visto e vissuto come un mero strumento nelle mani di chi è al governo. Non sorprende quindi che, se la fiducia nei politici sia ormai quasi assente, il giornalismo perda credibilità e seguaci.

crisigiornalismo3Mentana definisce il giornalismo “specchio della realtà” e, visto che la realtà odierna è costellata di controsensi e azioni ambigue, non sorprende il fatto che i giornali e giornalisti siano visti dalla gente come marionette e galoppini di un sistema confuso e quasi sull’orlo dell’anarchia. Forse l’immagine che ci rimanda questo specchio non ci piace ed è più facile non guardarci dentro e spostare lo sguardo altrove piuttosto che fare i conti con la realtà.

Interessanti riflessioni sono state fatte anche sul modo in cui internet e i social da una parte abbiano modificato il modo di fare giornalismo rendendolo altamente pubblico e gratuito, dall’altra facendolo a pezzi e svalutandolo. Il modo stesso di fare informazione e giornalismo è stato fatto in tanti piccoli pezzi che adesso nessuno sembra in grado di rimettere insieme.

Il giornalismo è stato portato ad un’auto cannibalizzazione in cui l’informazione gratuita sul web è il prezzo da pagare per perpetuare la propria esistenza; si è dovuto piegare, inoltre, alla logica “guardona” del web che più interessata al fatto che il nome del fratello di Totti sia stato collegato alle vendite delle case all’interno di “Mafia capitale” piuttosto che al fenomeno politico e giuridico in sé. La trasmigrazione verso il web impone quindi una frammentazione e una perdita di fuoco a cui è difficile porre rimedio.crisigiornalismo4

Sembra fondamentale anche il fatto che i giovani under 30 non abbiamo al momento una bussola politica e ideologica che ha, invece, caratterizzato le generazioni precedenti; non hanno interesse per la politica, non hanno interesse per i giornali, si accontentano dei pezzetti di informazione per creare castelli teorici e complottisti pronti a cadere al prossimo pezzo che si aggiunge a causa dell’assenza di mediatori capaci di incollare questi frammenti e dare loro una coerenza. La triste realtà è che i giornali vengono ancora scritti come 180 anni fa, il giornalismo è fatto da vecchi per i vecchi, i giornali sono diventati per amanti del genere mentre la nuova generazione respinge e ripudia il sistema su cui si basano.

E’ facile quindi dire che il giornalismo dovrebbe diventare una roba per giovani, che bisognerebbe creare nuovi mediatori capaci di resistere alla forza della frammentazione che agisce sul web.

Cercare di ristrutturare una vecchia casa pericolante e instabile costa molto di più in termini di lavoro e costi che buttarla giù e ricominciare a creare una nuova e più bella casa dalle fondamenta. Non si può pretendere di cambiare il giornalismo senza cambiare la politica, sarebbe come mettere un bel vestito su un barbone senza avergli fatto la doccia.

Forse quando Mentana incita i giovani dicendo che loro dovrebbero urlare “buuuu dateci i posti!” non ha tutti i torti, ma chi si occuperà di rendere i giovani pronti e capaci ad occuparli?

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