L’ABBAGLIO DIROMPENTE DELLO STORYTELLING
11 aprile 2016
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Incontro-dibattito che abbiamo seguito al Festival è stato quello dal titolo: “Disruptive storytelling in the digital age“. Con la moderazione di Vivian Schiller (comitato esecutivo dell’azienda Vocativ), si sono alternati con i propri interventi Adi Kochavi (sempre della Vocativ), Marc Lavallée (The New York Times), Tim Verheyden (della tv belga VTR New), Madhulika Sikka (giornalista). Difficile fare una relazione puntuale: potrete seguire l’intero incontro (in inglese) sull’account Youtube del Festival.

La Schiller ha sottolineato un cambio di prospettiva, rispetto alla tv, relativo al pubblico quando è oggetto di storytelling, ovvero che il pubblico diventa parte della narrazione. Verheyden, in base alla sua esperienza alla tv belga, ritiene vincente nelle narrazioni scegliere di seguire una sola persona e provare a comprendere gli eventi attraverso il suo punto di vista. Illuminante, invece, l’aspetto che sottolinea il giornalista del NYT, Lavallée. Il problema per editori e giornalisti è che il pubblico del web è poco incline a ricordare ciò che ha letto/visto. Farsi ricordare è, dunque, l’obiettivo ultimo dello storytelling giornalistico. Lo spettro per tutti è l’inabissamento nel “deep web”, cioè quel mare profondo costituito da tutto quello che non è indicizzato dai motori di ricerca e, quindi, non facilmente rintracciabile, come ha rimarcato Adi Kochavi. Poco altro nell’incontro.

Dopo aver fatto la considerazione che gran parte dell’incontro è stato occupato dalla proposizione di vari esempi di storytelling, anche molto eterogenei, veniamo alle nostre sensazioni. Quella più forte, evocata dalle parole e dagli esempi che hanno fatto, è che lo storytelling giornalistico sia l’inseguimento della bella confezione per un prodotto-informazione sempre uguale. Si potrebbe azzardare che il giornalismo usa le opportunità tecnologiche per derivare verso la cinematografia, in una versione riveduta e corretta del cantastorie. Ma dietro questo trend, probabilmente, c’è anche una ragione più prosaica: lo storytelling allunga la “vita editoriale” di una notizia. Quest’ultima tentazione è il risultato dell’ipertrofia del mondo dell’informazione che, quindi, ha il problema di riempire gli spazi.

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