PERCHE’ ESISTE QUESTO PREMIO (E SUL FUTURO DEL GIORNALISMO)
18 agosto 2016
0

Quando si pensa al giornalismo lo si fa assumendo come punto di partenza l’accezione positiva, quella che vede i giornalisti come cani da guardia del potere attraverso la loro opera di informazione. Un atteggiamento nobile e fiducioso ma che non tiene conto della reale storia che si è sempre compiuta tra giornalismo e potere fin dai primordi della stampa. Tra rivoluzioni e restaurazioni, il Potere e il Giornalismo hanno spesso acceso conflitti come anche dato vita a duetti corali.

Abbiamo preso degli stralci di un articolo/relazione di un intervento di Raffaele Fiengo sullo stato del giornalismo. Leggetelo e poi incrociate le sue opinioni con quelle di un recente articolo di Gianluigi Paragone. Provate a trarre voi le conclusioni e capirete alcune delle ragioni del perché esiste il Premio d’Informazione “Articolo 11”.

 

0002In questa ” conversazione ” di Raffaele Fiengo, registrata e pubblicata da noi in forma integrale durante una sua “lezione” pubblica per giornalisti

 

L’impresa giornalistica non è che sta subendo una trasformazione l’ha già subita ed è stata trasformata prevalentemente in un’impresa di comunicazione.

 

Un rapporto denominato  “overload” pubblicato sulla rivista della Columbia University. Una bella ricerca condotta dai ricercatori universitari assieme ai giornalisti dell’Associated Press che definiva il giornalismo come una sorta di rumore indistinto, una grande confusione dove era diventato molto difficile distinguere i fatti veri dal rumore di fondo.

Dalla ricerca emergeva chiaramente che il ruolo del giornalismo era passato da essere “gate keeping dei flussi” alla contestualizzazione e alla capacità di dare un senso a questa massa sempre più ingente di informazioni indistinte che affollano soprattutto il web.

Nel documento si legge testualmente: Il muro che separa la newsroom dal business ha servito il giornale per decenni permettendo ai giornalisti di relazionarsi con i lettori e al commerciale di pensare agli azionisti. Ma la costante diminuzione della pubblicità ora ci chiede di lavorare insieme. Per la prima volta newsroom e business sono focalizzati entrambi sui lettori.

 

Nel 2013, lunedì 14 gennaio poco dopo mezzogiorno, il prestigioso mensile “The Atlantic” era caduto in un incidente incredibile: aveva pubblicato un “Advertorial” (brutto termine che inquina anche linguisticamente il nobile “Editorial”)

 

Che la pubblicità nativa, con i connessi primati del marketing e dei socialnetwork, sia l’arcata principale del nuovo 0001modello di business dell’impresa giornalistica non credo vi siano dubbi.

Una certa vaghezza circonda anche il termine “pubblicità nativa”. In sostanza le aziende sembrano stanche di propagandare i propri prodotti con inviti diretti all’acquisto. Cercano di proporre invece contenuti nel linguaggio degli spazi credibili dei media. Ingaggiano giornalisti, ma non tanto per uffici stampa quanto per usarli in quanto tali.

Ritornando al Nyt che cosa altro è accaduto dopo l’applicazione di “innovation”? Le conversazioni sui social entrano da protagoniste nella realizzazione del giornale attraverso il meccanismo che loro definiscono “readers speedness” come una sorta di auditel che detta l’agenda.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi