QUESTE IMMAGINI POTREBBERO URTARE LA VOSTRA SENSIBILITA’?
16 luglio 2016
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di Ada Moscarella – psicoterapeuta e del Comitato Premio “Articolo 11”

 

Visualizzazione uguale popolarità.
Visibilità uguale potere.
Click uguale denaro.

Arrivano i primi lanci dai giornali sull’attentato di Nizza. Cerco notizie su un giornale nazionale: si apre un banner pubblicitario, lo chiudo.
Clikko sul video del giornalista, si apre una pubblicità di 15 secondi, mi tocca attendere.
Capisco poco: cerco qualche fonte francese su Twitter.
In 10 secondi mi imbatto nella foto di un cadavere, riconoscibile in viso, immerso in un lago di sangue.
Prima reazione: non lo conosco, meno male.
Seconda reazione: mio dio, che sta succedendo?
Terza reazione: mio dio, ma se lo conoscessi vorrei saperlo così?
Sono passati 5 secondi circa, ci sono già altri 30 nuovi tweet in attesa.
Non si sa nulla, ma in realtà è come se si sapesse tutto: è un attentato terroristico.
Non si conosce il nome dell’attentatore, la sua nazionalità, le sue motivazioni, non ci sono rivendicazioni, ma sappiamo che è un attentato terroristico di matrice islamica.

Che l’attentato di Nizza sia direttamente legato all’ISIS è ipotesi ad oggi lacunosa: l’attentatore non era conosciuto dai servizi segreti per legami con gruppi terroristici, né era conosciuto per una particolare dedizione all’islam. Mancano, poi, esplicite rivendicazioni dall’ISIS stesso, che si è “limitato” ad esultare.

Sempre di più l’informazione si sposta dal riflessivo e lento cartaceo all’emotivo e fulmineo social network.
Il racconto degli eventi non è più solo appannaggio di giornalisti, ora ogni cittadino munito di telefonino può twittare la notizia del giorno.

Tutta colpa dei social?
Ovviamente no, il problema è chi preme invio sui social network, innocenti strumenti nelle mani di menti umane.
Il problema è che in un mondo in cui l’informazione genera profitto, il legame tra queste due diventa spesso una tossicodipendenza per cui l’esigenza di generare introiti prevale su qualsiasi etica informativa e persino sulla sicurezza, fisica e psichica, delle persone coinvolte negli eventi e del cittadino in generale.
Ecco così le foto dei cadaveri, filmati delle sparatorie, degli investimenti, degli arresti, degli interrogatori.

Attentato_a_Nizza,_la_foto_del_corpo_morto_con_la_bambola_accanto_diventa_il_simbolo_della_tragedia_-_2016-07-15_16.34.47Un’esposizione continua, cinica, sempre più violenta che si genera dalla violenza stessa, che si propaga di tweet in tweet, di condivisione in condivisione che ha come unico risultato il collassare del tempo necessario a una qualsiasi elaborazione emotiva per non dire cognitiva.

Questo collasso corrisponde a un omologo collasso psichico: siamo spinti all’omologazione (cambiamo la foto profilo su Facebook), ad una reazione violenta uguale e contraria (cacciamoli tutti), cerchiamo disperatamente di difenderci col cinismo o il sarcasmo, diventiamo persino selettivi, per cui alcune morti ci colpiscono meno di altre.
E’ il giornalismo 2.0, quello dove la verifica della notizia è superflua: conta la quantità e la velocità.
Ma c’è una sottile ma non trascurabile differenza tra comunicare e informare.
Tutti non possiamo fare a meno di comunicare, attraverso i nostri gesti, sguardi e pure attraverso i profili social.
Informare, invece, è un atto di responsabilità, significa “dare forma”: il giornalismo non può derogare a questo compito sociale e banalmente cedere e rincorrere l’onda emotiva.
Non può scivolare nel banale e stucchevole blogging, rincorrere banalmente.
Tanto vale, a questo punto, rinunciare a qualsiasi prospettiva professionale e lasciarsi andare ad articoli stucchevoli, strappalacrime, al limite della fanfiction.

Il giornalismo moderno sta pericolosamente abbandonando qualsiasi ruolo di informazione per indugiare in una comunicazione fatta di like e storytelling pure accattivanti ma che poco aggiungono all’elaborazione degli eventi, sempre più gravi che ci accadono intorno.

Questo, al momento, è quello che davvero urta la mia sensibilità quando apro certe pagine di giornali e di certi siti web.

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